Paolo Cognetti: New York Stories (2015)

Questa antologia di racconti mi ha entusiasmato.

Sono stata sempre prevenuta verso la letteratura americana senza una ragione precisa…ma tant’è.

Uno dei libri che ho scelto come regalo per il Natale 2018 è stato, veramente per puro caso, proprio questo: New York Stories (2015) a cura di Paolo Cognetti, vincitore del Premio Strega nel 2017 con Le otto montagne.

Il libro ci racconta il Novecento nella città di New York attraverso alcuni dei scrittori che hanno fatto grande la storia della letteratura americana contemporanea.

Una premessa doverosa, per capire l’intento dell’autore, sta nel rammentare come tanti scrittori, americani o stranieri, nati e cresciuti nella città o solo di passaggio per essa, siano passati di qui ed abbiano lasciato un racconto, un romanzo, una poesia o una pagina del loro diario.

Detto questo, nella prefazione Cognetti spiega la finalità di questo libro: “non vuole essere la sintesi di tanta letteratura, né una raccolta di nomi e brani celebri, ma piuttosto un filo tirato tra testi che compongono, insieme, un’idea di New York (…) volevo che il libro fosse, tra le altre cose, una raccolta di storie, così ho limitato il campo ai racconti, alternandoli ogni tanto a testi autobiografici”.

Il libro è diviso per grandi epoche storiche ognuna preceduta da una breve introduzione del curatore dell’opera ed è, altresì, rappresentata da diversi autori di ambo i sessi ciascuno con il loro racconto.

Caos per le strade di New York: Ford T incolonnate nel traffico cittadino, Ford T parcheggiate ai lati delle strade e migliaia di persone che pullulano i marciapiedi o che attraversano all’impazzata la strada quasi fossero biglie che rimbalzano da un punto all’altro. Le stesse automobili che pochissimi anni più tardi (nel 1909) percorreranno, sfrecciando, nuovi ponti sull’East River (il Manhattan e il Queensboro Bridge). Siamo nell’epoca dell’espansione industriale che tocca livelli inimmaginabili favorendo la crescita della popolazione, le mode e le tendenze in ogni campo. Lo skyline newyorkese comincia ad apparire quello che è anche oggi con la costruzione anche dei primi grattacieli (il Woolworth Building, uno dei più vecchi e famosi, fu commissionato nel 1911) ed imponenti stazioni ferroviarie. Feste scintillanti, danzanti ed ad alto tasso alcolico animano le notti newyorkesi dei quartieri benestanti e su tutto aleggiano nuove note che si diffondono da Harlem per tutta la città: qui artisti, scrittori e musicisti afroamericani imporranno un nuovo “Rinascimento culturale (…) costringendo perfino i bianchi a ballare al loro ritmo”. Siamo nei magnifici Anni Ruggenti, l’Età del Jazz newyorkese (1918-1928): Francis Scott Fitzgerad (La mia città perduta), Dorothy Parker (La bella bionda) e Thomas Wolfe (Solo i morti conoscono Brooklyn) prendono la scena in queste pagine.

Ma non è oro tutto quello che luccica. In questi stessi anni la red scare, la paura del comunismo, che si cominciò a diffondere nelle classi dell’alta borghesia, provocò il rastrellamento di alcuni giornali, la chiusura di alcuni partiti e l’arresto degli anarchici. Iniziò anche una feroce repressione culturale sfociata nel Proibizionismo con il Volstead Act, nome derivato dal senatore Andrew Volstead, che promosse la legge e che all’indomani della sua entrata in vigore disse queste parole: “I quartieri umili presto apparterranno al passato. Le prigioni e i riformatori resteranno vuoti. Tutti gli uomini cammineranno di nuovo eretti, tutte le donne sorrideranno e tutti i bambini rideranno. Le porte dell’inferno si sono chiuse per sempre“. In realtà i partiti continuano ad operare in clandestinità e l’alcol continua a scorrere a fiumi in bar illegali (speakeasies) e nelle feste altolocate.

Anche gli anni successivi sono anni di grande cambiamento. Mentre, per le problematiche appena citate, tanti intellettuali si trasferiscono nell’Europa più liberale molti milioni di persone, 12 per la precisione, fanno il tragitto inverso. Come dice Cognetti nella prefazione: “New York è stata soprattutto la capitale dell’emigrazione, un gigantesco esperimento di convivenza umana”. Vengono da Gran Bretagna, Germania, paesi scandinavi ma soprattutto dall’Italia ed dall’Europa orientale (russi, ucraini, polacchi, ungheresi in gran parte ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste). New York è “la seconda città dopo Roma per numero di italiani: da avamposto anglosassone del Nuovo Mondo comincia ad assomigliare ad un porto mediterraneo”. Sono anni di alloggi precari e sovraffollati, indegni di qualunque essere umano (pensate che Central Park diventa una baraccopoli), di disoccupazione al massimo storico e della crisi del 1929 che portò con se tanti suicidi. Ma, poiché in fondo al tunnel c’è sempre la luce, anche gli anni in cui un sindaco di origini italiane e con visione lungimirante (La Guardia) avvia i primi progetti di edilizia popolare (housing project): quei palazzi di mattoni rossi di cui la città è punteggiata. I protagonisti di questo periodo letterario sono: Henry Miller (Il 14° Distretto), Mario Soldati (Italo americani), Zora Neale Hurston (Storia nello slang di Harlem), Bernard Malamud (Il barile magico) e Nicholasa Mohr (La vecchia Mary).

Si passa poi al periodo a cavallo tra gli anni 40 e 50. Un’altra guerra è stata vinta, si è usciti dalla crisi finanziaria del 1929 e le note di Charlie Parker e Miles Davis ci portano ad una nuova età del jazz. La maggior parte delle persone va ad abitare fuori città (moving out) e per agevolarne l’entrata e l’uscita si costruiscono autostrade. A Long Island, nel Connecticut e nel New Jersey compaiono le tipiche villette con il prato tanto care all’immaginario collettivo. Per la prima volta, dopo la grande migrazione degli anni venti, la popolazione della città diminuisce anche se si registra l’emigrazione massiccia dall’America Latina. La città è lasciata ai ricchi, ai poverissimi, ai giovani ed agli artisti. E così troviamo Truman Capote (New York 1946), John Cheever (Ballata), Richard Yates (Saluti a casa), Maeve Brennan (Ti vedo, Bianca).

Negli anni 60 citiamo personaggi come Malcom X, Andy Warhol, Bob Dylan e ciò non basta a spiegare come New York sia stata la capitale di movimenti politici, della controcultura, dell’arte e dei giovani. Cognetti cita su tutti la protesta contro il progetto dello sventramento di Washington Square, nel cuore del Greenwich Village, per creare un’unica arteria di traffico al centro di Manhattan. Progetto che dopo le forti proteste fu abbandonato. In questo periodo la letteratura ha delle espressioni di minor rilievo rispetto alla poesia ed alla musica. Nonostante ciò possiamo citare Ed Sanders (La suocera), Oriana Fallaci (Un marxista a New York), Grace Paley (Ascoltare), Mario Maffi (Interni a Manhattan), Joan Didion (Bei tempi addio).

L’ultimo blocco cronologico fa riferimento agli anni 70, 80 e 90. Gli anni 70 videro la costruzione delle Torri gemelle ma anche una fortissima crisi finanziaria, quasi una seconda Depressione e l’eroina, che senza freni, invase la città. In questo anni si colloca l’opera di Don DeLillo (L’angelo esmeralda) di cui, a parte questo racconto, non ho letto nulla ma pare sia stato il più grande romanziere newyorkese del secolo. Gli anni ottanta sono gli anni della ripresa, di Wall Street, del lusso sfrenato e della cocaina ma, come ogni moneta ha il suo rovescio, anche dell’AIDS che, colpendo principalmente la comunità omosessuale della città, contribuisce a gettare i semi dell’omofobia. Di questo periodo sono i racconti di David Leavitt (Un luogo dove non sono mai stato) e Mona Simpson (Le cose che facciamo per amore). Basteranno poi due sceriffi severi e dal pugno duro, come Ed Koch e Rudolph Giuliani, per riportare la città ad essere un posto più pulito e sicuro dove vivere: e siamo agli anni novanta con i racconti di Nathan Englander (Il gilgul di Park Avenue) e Colson Whitehead (Limiti cittadini).

 

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