Alla ricerca della Via Appia perduta

Se non sai cosa scrivere, mi aveva insegnato anni fa Egisto Corradi, cammina e qualcosa troverai.

(Paolo Rumiz)

Vignetta di Altan su

Vignetta di Altan su “La Repubblica”

312 a.C., 37 a.C. e 2015 d.C.

Che cosa hanno in comune queste date? Una strada, il suo artefice e due illustri viaggiatori.

Nel 312 a.C. il censore Appio Claudio Cieco (Appius Claudius Caecus) ristrutturò ed ampliò, come ci racconta Strabone (Geografia, V, 3,6), una strada preesistente che collegava Roma alle colline di Albano, fissandone il tragitto fino a Santa Maria Capua Vetere. Gli altri tratti furono aggiunti in epoche posteriori: nel 268 a.C fu prolungata fino a Benevento e, nel corso del III secolo, fino a Taranto. I lavori di costruzione si conclusero nel 190 a.C., anno in cui il tracciato della Via Appia (Regina Viarum) arrivò fino al porto di Brindisi.

Quando l’imperatore Ottaviano inviò, in quest’ultima località, una delegazione diplomatica per incontrarsi con Antonio e cercare di risolvere i contrasti con quest’ultimo era il 37 a.C. A capo della missione era Mecenate il quale, forse, per rendere più gradevole il viaggio si fece accompagnare da poeti e letterati del calibro di: Orazio, Virgilio, Plozio Tucca e Vafio Rufo. Quinto Orazio Flacco, poeta lucano, redasse in quel viaggio, di circa 580 km (distanza che separa Roma da Brindisi) una sorta di diario che ci è pervenuto attraverso la satira V del Libro I sui Sermones: l’Iter brundisinum.

2052 anni dopo, nel 2015 appunto, Paolo Rumiz, giornalista e scrittore italiano sessantasettenne, decide di ripercorrere la Regina Viarum con tre compagni di avventura. Oggi è uscito in edicola su La Repubblica la prima puntata di questo suo lungo viaggio, fatto a piedi, e noi di Viaggiare è, per sua forma esistere abbiamo deciso di seguirlo per rendergli omaggio: “Quando dopo il guado di un fiume, un roveto o un campo di grano, la via ridiventava visibile, ben allineata con la direttrice che avevamo perso chilometri prima in un intrico di sentieri, asfalto o canneti, e una ventina di satelliti sopra di noi confermavano quel fatidico allineamento sullo schermo del GPS, allora anche la parte svanita della strada si ricomponeva sulla mappa, evidenziando tracce giudicate di primo acchito trascurabili. Ma soprattutto qualcosa si rimetteva a posto dentro di noi, e una magnifica esultanza si diffondeva nel gruppo in cammino. Non stavamo solo ripercorrendo l’Appia antica. La stavamo ritrovando. La riconsegnavamo al paese dopo decenni di incuria e depredazione. (…) Era come se la strada che dovevamo raccontare non fosse quella riducibile alla sequenza dei monumenti e nemmeno quella annotata in fretta nel taccuino, ma l’idea di strada, la linea in se, il filo rosso dell’altimetria, latitudine e longitudine, la direttrice che tagliava l’Appennino e fuori dalla quale ci sentivamo subito inquieti. (…) In molti avevano cercato di dissuaderci. (…) Attenti, dicevano, dopo i colli romani la traccia si perde. Troverete cemento e tangenziali, recinti privati e cani liberi. Sarà una fatica tremenda. (…) Non potevamo rassegnarci all’idea che proprio l’Italia non avesse strade romane percorribili. Ci mandava in bestia che proprio la “Regina Viarum” si perdesse nel nulla. Più cercavano di farci desistere, e più ci convincevamo che l’idea era buona. (…) Noi eravamo solo viandanti, e volevamo una strada laica, italiana e tutta nostra. Non una moda, un’invenzione del marketing, ma una direttrice indiscutibile e solitaria, scolpita nella pietra, fatta di sangue e sudore, percorsa da legionari e camionisti, apostoli e puttane, pecorai e carri armati, mercanti e carrettieri. Una linea che ci possedesse.” 

Percorso intrapreso (Infografica di Annalisa Varlotta)

Percorso intrapreso (Infografica di Annalisa Varlotta)

Il viaggio per Paolo Rumiz ha, nondimeno, un valore di tutela e salvaguardia di uno dei beni archeologici più importanti del nostro paese e che, come tanti altri, è lasciato all’incuria e al degrado: “(…) già prima di partire, giurammo che quella fatica non sarebbe rimasta senza esito. La nostra via era un giocattolo fantastico e bisognava a tutti i costi riaprirla ai viandanti. Lungo il cammino il proposito divenne ossessione: lasciare l’Appia in quello stato era un crimine. Per riattivarla bastava poco: un buon tagliaerba, qualche passerella, una segnaletica coerente e un coordinamento governativo che mettesse insieme i novanta comuni interessati. Era quanto bastava a far affluire centinaia se non migliaia di stranieri innamorati della nostra storia. Il resto poteva arrivare anche dopo: recupero come ospizi di caselli ferroviari e case cantoniere, monitoraggio, cartografia, restauro di cippi e monumenti, messa in sicurezza del basolato. L’importante era creare subito un flusso.

Seguiremo da domani le tappe di questo avventuroso viaggio.

Le foto sono prese dal web.

L’avventura continua…. seguici su Viaggiare è, per sua forma, esistere.  

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Statistiche del Blog

  • 22,559 hits

Libri Per Viaggiare

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Segui assieme ad altri 3.812 follower

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: