Delacroix e il Marocco

«(…) Ti immagino in quell’inizio del 1832: un giovanotto elegante e riservato che lascia il suo studio di Rue de Fosse Saint Germain, voltando le spalle ad una luce contenuta, impedita di esplodere da un cielo grigio e basso, una luce breve e smunta cui i parigini finiscono per abituarsi. Esci da quel quartiere e ti trovi qualche giorno dopo inondato da una luce così viva, così piena e addirittura brutale che ne sei sconvolto. E non c’è solo questo chiarore soverchiante, c’è anche la natura, i colori e i profumi dell’erba, degli alberi, dei fiori, del mare…Sei altrove, hai varcato la frontiera dell’immaginario» 

(Tahar Ben Jelloun, Lettera a Delacroix letta alla Milanesiana il 24-06-2004)

Vista di Tangeri

Andando alla ricerca costante delle motivazioni che mi spingono, con un fascino così irrefrenabile, verso i paesi del nord Africa, mi sono imbattuta in una categoria assai speciale di viaggiatori: i cosiddetti pittori-viaggiatori, i cui quadri sono il frutto dell’esperienza diretta dei luoghi da loro visitati.

taccuino 10Nel XIX secolo vi fu un fenomeno intellettuale e artistico, chiamato Orientalismo, che interessò prima l’Europa e poi gli Stati Uniti. Il suo inizio coincide con la spedizione di Napoleone in Egitto nel 1798, quando giungono in Europa molte informazioni, merci, oggetti d’uso comune e opere d’arte. Il suo declino, probabilmente, inizia nel 1869 con l’apertura del canale di Suez che, avvicinando il mondo occidentale all‘Oriente, gli tolse l’aura di mistero in cui era avvolto (anche se alcuni pittori operano fino agli anni Venti del XX secolo, si veda per esempio Henri Matisse). L’Oriente, in quell’epoca, coincideva con i territori conquistati dall’Impero Ottomano (al massimo della sua espansione si estendeva dall’Asia Minore all’Africa settentrionale, dal Vicino Oriente ai Balcani) ed il Marocco, anche se respinse l’invasione ottomana, era considerato, comunque, un territorio orientale.

Taccuino 1Uno dei maggiori esponenti di questo fenomeno fu Eugene Delacroix (1798-1863, massimo rappresentante francese del Movimento Romantico) che, nel 1832, fu al seguito di una delegazione mandata dal re Luigi Filippo presso il sovrano del Marocco, Moulay Abd-er Rhaman, per calmare le apprensioni di quest’ultimo, dovute al conflitto per la colonizzazione dell’Algeria, iniziata da Carlo X nel 1830. La spedizione era guidata dal conte e diplomatico Charles Edgar de Mornay.

taccuino-24-1352939463-1832 per webL’8 gennaio 1832 Delacroix era a Tolone, in attesa di imbarcarsi, dopo aver attraversato la Francia tra freddo e neve. Conclusi i preparativi, il viaggio per mare ebbe inizio l’11 gennaio quando La Perle, un avviso-corvetta con diciotto cannoni, salpò per l’Africa. La traversata terminò tredici giorni dopo, ma soltanto il 25 gennaio la missione, accolta dal governatore della città Sidi Larabi Saidi, sbarcò a Tangeri: «In questo momento – scriveva Delacroixsono come uno che sogna e che vede delle cose che teme gli sfuggano» (25 Gennaio 1832, Correspondence generale I, 307).

I viaggi in Oriente sono stati e taccuino-15-[amolenuvolettesono, molto spesso, come scrive M.T. Benedetti, «l’occasione per una ricerca di se, un luogo mitico di tutte le possibili realtà» [Magie d’Oriente, in Ars II/10 (11) ottobre 1998 pp.93-103]. L’Oriente, per Delacroix, era il sogno che aveva fin da ragazzo («l’oriente profumato di broccati e di sete, di furberie e di armi damascate») e che si tramutò in realtà («provo delle sensazioni simili a quelle che ho provato nella mia infanzia»). Il romanticismo dei suoi quadri lasciò il posto alla riscoperta dell’Antichità, in una lettera all’amico J. B. Pierret è evidente questa sensazione: «Immagina, caro amico, di vedere per le strade, sdraiati al sole, o mentre si aggiustano le ciabatte rotte, personaggi che assomigliano a consoli, come Catone o Bruto, con quell’atteggiamento di sdegno che doveva essere tipico dei signori del mondo; queste persone non possiedono altro che quel mantello dentro il quale camminano, dormono e vengono sepolti. Eppure hanno l’aria soddisfatta, la stessa che doveva avere Cicerone per la sua sedia curule. Non crederete mai a quello che vi riporterò da questo viaggio, perché sarà comunque molto lontano dall’autenticità e dalla nobiltà di questi personaggi. Non c’è nulla di più bello nell’Antichità…Tutto questo è in bianco, come i senatori romani o le feste Panatenee» (29 Febbraio 1832, Correspondence generale I, 39).

taccuino-14-per-webPer capire il metodo di lavoro nell’opera di Delacroix bisogna fare una premessa. Durante il XIX secolo la crescente importanza delle scienze, soprattutto dell’etnografia, porterà gli artisti figurativi verso una corrente di tipo verista: compaiono in album e carnet de voyage sia rappresentazioni realistiche di paesaggi e architetture, sia soprattutto ritratti accurati delle varie etnie incontrate durante i viaggi. Nacque così una pittura di genere, che propose scene di vita quotidiana ambientate in Oriente: si tratta di opere che mostrano spesso un realismo di tipo fotografico.

taccuino-17-766px-DelacroixDelacroix non si sottrae a questa corrente e durante i mesi del viaggio oltre a redigere il suo diario (Journal) e a scrivere agli amici, riempì diversi taccuini di schizzi (tre di questi sono oggi conservati al Museo del Louvre, uno al Museo Condé di Chantilly, altri tre sono stati smontati e le pagine sono sparse tra collezioni pubbliche e private) e un grande album di acquerelli (cosiddetto Album del Marocco).

taccuino-18-800px-DelacroixDelacroix fu assai curioso. Nel corso delle sue passeggiate nei souk di Tangeri e nei derbs di Meknes disegnò, ad acquarello e matita, tutto ciò che si palesava intorno al lui: «Il pittoresco abbonda qui. Ad ogni passo ci sono delle immagini che potrebbero far la fortuna e la gloria per venti anni di generazioni di pittori (…) è un luogo fatto per i pittori, la bellezza abbonda, non la bellezza che si vanta nei quadri alla moda, ma qualcosa di più semplice, di più primitivo, di meno affardellato». Descrisse meticolosamente i colori, le architetture, le figure intere (oppure, a volte, solo visi e vestiti), gli utensili, gli itinerari e gli accadimenti del viaggio sin nei minimi particolari. Andando verso Meknes assistette ad una Laab el Barode, una fantasia, data in onore degli ospiti del regno per divertirli: «balletti bizzarri di burnos, di caftani e di cappe, scoppiettanti cavalieri brandiscono le loro armi fiammeggianti, in un carosello di stendardi e di drappi volteggianti». Conobbe anche qualche incidente di percorso: «Gli abiti e le figure dei cristiani sono antipatici a questa gente e bisogna sempre essere scortati dai soldati (…) salire su di una terrazza equivale ad esporsi a lanci di pietre o a colpi di fucile. La gelosia dei Mori è estrema e sulle terrazze sono presenti le donne che si recano a prendere il fresco». A conclusione del suo viaggio sottolineò la nobiltà del popolo maghrebino: «Questo popolo è veramente antico: vita all’aperto e case chiuse accuratamente. Donne che vivono ritirate. (…..) I grandi del luogo vanno a mettersi in un angolo della strada, accoccolati al sole e parlano fra loro o vanno ad appollaiarsi in qualche bottega da mercante (…..). Le abitudini e le antiche usanze regolano tutto. (….). Noi ci accorgiamo di mille cose che loro mancano; la loro ignoranza dà loro la calma e la felicità. (…). In mille modi loro sono più vicini alla natura. (….). Così la bellezza s’accoppia a tutto ciò che essi fanno. Noi altri, nei busti, nelle scarpe strette, nelle ridicole guaine, facciamo pietà. La grazia si prende la rivincita sulla nostra scienza» (Tangeri 28 Aprile, Diario pp.139-140). Spese parole positive anche per il paese che lo ospitò, il Marocco: «L’antico non ha niente di più bello. L’aspetto di questa contrada mi resterà sempre negli occhi».

taccuino-20-delacroix-acqueNella mostra Il Marocco e l’Europa: sei secoli nello sguardo dell’altro (Lisbona-Monastero Dos Jeronimos, 16 settembre al 15 ottobre 2014) vidi per la prima volta i suoi taccuini. Anche attraverso le teche di vetro l’impatto fu commovente. Nella loro semplicità avevano una potenza espressiva emozionante e che ti lasciava letteralmente senza fiato. Le pagine vibravano di quella meraviglia di cui avevano parlato i grandi filosofi, «una sorpresa improvvisa dell’anima, per cui essa si volge a considerare con attenzione gli oggetti che le sembrano rari ed eccezionali» (Cartesio, Le Passioni dell’Anima, II parte Articolo 70-79), sprigionavano il fascino che quella società aveva esercitato su di lui, emanavano l’amore che aveva provato per l’Oriente. Mi trovavo di fronte ad un viaggiatore e non ad un semplice turista. La differenza tra le due categorie è sostanziale: si trova nella fame di conoscenza che il viaggiatore vuole saziare ad ogni suo passo attraverso il mondo («Viaggiare significa scoprire, il resto significa semplicemente trovare» Josè Saramago, Viaggio in Portogallo p.340). Tahar Ben Jelloun disse al Delacroix che le emozioni e le sensazioni provate durante il viaggio in Marocco e tutto quello che ne conseguì «(…) non sono altro che la conferma di un Oriente che lei portava in se e che voleva incontrare fisicamente senza esserne consapevole» (Marocco: romanzo, p.237). Un istinto atavico mi spinge in quei luoghi e le parole di Elias Canetti descrivono, esattamente, le sensazioni provate sia da me sia, probabilmente, da Delacroix: «Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da li non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza» (Le voci di Marrakesh, p.65).

taccuino-25-p17npvkhmo4rpug per webNel luglio del 1832 Delacroix rientra a Parigi e si mette subito al lavoro cercando di ricreare su tela le atmosfere che aveva respirato in Oriente, attingendo a tutti i disegni e schizzi da lui eseguiti durante il viaggio, utilizzandoli come repertorio a cui farà costantemente riferimento. Il viaggio in Marocco lo cambiò e l’influenzò sia nella tecnica pittorica sia nell’interiorità. La riscoperta dell’Antichità gli fece tramutare lo stile; l’intensità e il bagliore della luce di quelle latitudini, fecero assumere alla stessa un significato nuovo, accentuando la sensibilità per i colori e gli effetti del chiaro-scuro; la pennellata leggera e sfaldata si fece più vibrante. Delacroix non si limitò a copiare i suoi schizzi, riproducendo il reale oggettivamente e senza pathos, ma, seppur definito il pittore dell’istantaneità, li elaborò con la sua vena poetica unica scaturita, probabilmente, dalla sua appartenenza alla corrente romantica. La conoscenza del progetto di alcune rivolte ed agitazioni politiche in Francia lo portarono, inoltre, a scrivere una lettera ai diretti interessati, dalla quale si percepisce come il nord Africa gli toccò l’anima: «Bene! Voi vi battete e cospirate, quanto siete ridicoli! Andate in Barbaria ad apprendere la pazienza e la filosofia» (5 luglio 1832).

Album con foto.

Le foto sono prese dal web.

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