Alla ricerca della Via Appia perduta 3

 

(…) minus est gravis Appia tardis (…)

L’Appia è meno faticosa a chi la prende comoda.”

(Quinto Orazio Flacco, Libro I Sermones – Satira V)

Percorso intrapreso (Infografica di Annalisa Varlotta)

Percorso intrapreso (Infografica di Annalisa Varlotta)

Sulla Via Appia e sui suoi monumenti vi è moltissima bibliografia, tecnica o più accessibile ai meno esperti. Non mi dilungherò, quindi, sulla descrizione di ogni singola opera architettonica: “Come si fa a narrare una via di 600 chilometri che ha il suo clou tutto nel primo giorno? Cosa aggiungere su questi siti tra i più cliccati del mondo? (…) Questa storia non è un Baedeker.” (Paolo Rumiz). Sarebbe, invece, più interessante soffermarsi su aspetti meno conosciuti e visibili: quali la modalità di costruzione, il tempo che ci si impiegava a percorrerla, le motivazioni che hanno spinto gli antichi romani a circondarla di innumerevoli sepolcri.

Schema costruttivo

Schema costruttivo

Iniziava da Porta Capena, presso il Circo Massimo, punto dal quale si cominciavano a contare le miglia. Fu costruita con grandi poligoni di leucitite (una pietra vulcanica lavorata in basoli) aventi la parte inferiore a cuneo (in modo da penetrare più stabilmente nel terreno), poggianti su una sottostruttura di 1,00-1,50 m di spessore così composta: su un acciottolato formato da pietre molto grandi (statumen), avente la duplice funzione di render compatto il terreno e di evitare il ristagno dell’acqua, si sovrapponeva uno strato di ciottoli di medie dimensioni (rudus), a sua volta coperto da uno strato di ghiaia frammista a sabbia (nucleus), sul quale era posto il vero e proprio manto stradale (pavimentum). La parte centrale della strada aveva una sezione a schiena d’asino per facilitare il deflusso dell’acqua in caso di pioggia. Il percorso, in gran parte rettilineo, aveva una larghezza di 4,10-4,20 metri (14 piedi romani) che consentiva la circolazione in entrambe i sensi. Era affiancata da due marciapiedi laterali (crepidines), con una larghezza di 2,00-3,00 m, e servita da pietre miliari. Tutte queste caratteristiche le valsero l’appellativo di Regina Viarum (“…qua limite noto Appia longarum teritur regina viarum…”, Publio Papinio Stazio, Silvae 2, 12). Per percorrerla tutta erano necessari otto giorni, usando carri a quattro ruote. La notizia è riportata da Quinto Orazio Flacco nel suo Iter Brundisinum che, nel viaggio di Rumiz, è preso come modello di ispirazione: “Forse, l’unico modo di raccontare è imitare Orazio che fece l’Appia a piedi e le dedicò una satira memorabile: scrivere di taverne e notti difficili, di acciacchi e colossali mangiate, vino Falerno, zanzare e compagni ritrovati. (…) Si è colpa di Orazio se sono qui, se ho scelto questa e non altre vie (…).”

Secondo le XII tavole (corpus di leggi risalenti al 451-450 a.C. e codificato dai decemviri legibus scribundis), era divieto assoluto seppellire i morti all’interno del pomerio, coincidente con l’abitato, per ovvie ragioni di igiene e sicurezza (“Hominem mortuum in urbe ne sepelito neve urito” = “in città i morti non devono essere sepolti ne cremati”, tavola X). Non stupisce, quindi, che lungo la via furono costruiti numerosi monumenti funerari, eretti da illustri famiglie romane, ma anche colombari di confraternite e più tardi, in epoca cristiana, importanti catacombe (S. Callisto, S. Sebastiano e S. Domitilla).

Le foto sono prese dal web.

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