Alla ricerca della Via Appia perduta 2

La lotta per la salvaguardia dei valori storico-naturali del nostro paese è la lotta stessa per l’affermazione della nostra dignità di cittadini, la lotta per il progresso e la coscienza civica contro la provocazione permanente di pochi privilegiati onnipotenti.

(Antonio Cederna, Salvaguardia dei centri storici e sviluppo urbanistico, in Casabella 250, 1961)

Non poteva che far riferimento al grande Antonio Cederna l’apertura della seconda puntata del viaggio Alla ricerca dell’Appia perduta di Paolo Rumiz: “Grande spirito proteggi il nostro cammino e benedici le nostre scarpe. Tu che ha dedicato una vita alla madre di tutte le strade e, con l’indignazione furente dei tuoi scritti, ne hai difeso il monumentale inizio dall’ignoranza famelica dei palazzinari, dei chierici e dello stuolo dei volenterosi clienti che li circonda, accetta di essere il nostro nume tutelare in questo temerario viaggio della memoria nel cuore di un paese che l’ha perduta.” Antonio Cederna, laureato in archeologia, abbandona quasi subito la professione per dedicarsi a campagne di sensibilizzazione per la salvaguardia del territorio, del patrimonio naturale e culturale italiano. In particolare, proprio la Regina Viarum sarà l’oggetto di una delle sue battaglie più grandi, dedicandogli più di 140 articoli e presentando nel 1989, allora deputato insieme a Bassanini, una proposta di legge per la realizzazione del Parco Archeologico dell’area centrale, dei Fori e dell’Appia Antica. Nel 1993 è nominato Presidente dell’Azienda Consortile per il Parco dell’Appia Antica e il 28 marzo del 1994, a coronamento di una carriera illuminata, gli è conferita dall’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, la Medaglia d’Oro ai benemeriti della cultura e dell’arte. Non stupisce, quindi, che Rumiz continui con queste parole: “Nel tuo nome, Antonio Cederna, diremo di meraviglie e misfatti, di incanti e nefandezze, e sempre nel tuo nome intingeremo equamente la nostra penna nel calamaio della rabbia e dello stupore, rifuggendo dallo sterile anatema, pur di lasciare una traccia, purchè il viaggio non resti senza seguito e il Paese si riappropri di questo bene scandalosamente abbandonato.

E’ giunta l’ora, rompendo gli indugi, di mettersi in cammino … ma non sembra cominciare sotto i migliori auspici: “Tuona sul Cupolone, sui Colli albani nubi negre, alte come torri. E noi via, zaino in spalla. Diavolo, non potevamo partire a Pasquetta, col venticello de Roma, i giganti del picnic e la strada chiusa alle automobili? Noi no, figurarsi. Eccoci qua in un martedì qualunque, col monsone e il traffico libero, incollati al portale della chiesetta denominata Domine Quo Vadis, a ripararci dagli schizzi dei Suv. Al primo chilometro siamo già prigionieri. Fata viam inveniant, che sia il destino a trovare la strada, sta scritto sul frontespizio di una casa romana che conosco bene. Ma qua non c’è spazio per il destino. La nostra via è già destino. Non deflette, ci imprigiona nel bene e nel male” (Paolo Rumiz).

Percorso intrapreso (Infografica di Annalisa Varlotta)

Percorso intrapreso (Infografica di Annalisa Varlotta)

Come dei moderni apostoli si fermano proprio lì presso Santa Maria delle Palme. Fato o casualità? La tradizione vuole che la chiesa sia stata costruita sul luogo dove Gesù sarebbe apparso a Pietro, in fuga da Roma per scampare alla persecuzione di Nerone. Alla domanda “Domine quo vadis?” Gesù avrebbe risposto: “A Roma per essere di nuovo crocefisso”. Pietro, compreso il rimprovero, tornò indietro affrontando il martirio. Al suo interno è conservata una copia della pietra (l’originale si trova nella Basilica di San Sebastiano) sulla quale si ritengono vi siano le impronte dei piedi di Gesù (da qui verrebbe il nome della chiesa): probabilmente, però, si tratta di un ex voto proveniente da un santuario pagano.

Chiesa Domine Quo Vadis o Santa Maria delle Palme

Chiesa Domine Quo Vadis o Santa Maria delle Palme

 

Pietra sacra

Pietra sacra

Non un vigile, non un divieto. L’Appia è alla mercè di chiunque”. Come ci dice Rumiz, vi sono cancelli e innumerevoli videocamere a protezione solo di ville lussuose sorte con il beneplacito dello Stato, arreso agli interessi di pochi. Evidenziano, altresì, il “genocidio della memoria” di un intero popolo: “Fino ai primi del Novecento era chiusa da cancelli e vi transitavano cinquanta-sessanta carrozze al giorno. Poi è iniziato lo scempio. L’abusivismo, le deroghe, i condoni, i cancelli” (Rita Paris, funzionario della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma).

D’altronde, non è più facile da manovrare un popolo senza cultura e con la memoria storica molto corta?

Le foto sono prese dal web.

L’avventura continua….seguici su Viaggiare è, per sua forma, esistere.

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