I suk di Marrakesh: a passeggio con Elias Canetti

“Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovavo nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di esser sempre quella piazza.”

(Elias Canetti, Le voci di Marrakech, p.57).

Quando, di prima mattina, scenderete dal vostro riad, insonnoliti e affaticati per l’esplorazione della città del giorno precedente, con un caldo torrido, vi troverete immersi nella caotica Medina. Centro storico della città di Marrakech, ma in generale di tutte le città arabe, è racchiusa tra le sue mura rosse ed è costituita da un intreccio di strade, vicoli, derb, piazze piccole e grandi, in apparenza senza logica, e brulicante di persone che lì abitano, comprano, vendono, mangiano. Molte strade sono coperte da tettoie fatte d’incannucciata dalle quali, quando di prima mattina il sole è ancora basso, filtrano dei fasci di luce obliqui, quasi celestiali, a indicarvi la strada.

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Vicoli nella Medina

Il primo impatto che avrete sarà il disorientamento: le strade non hanno un nome e ci sono rare indicazioni turistiche, per la maggior parte riguardanti la direzione da prendere per la grande Piazza Djemaa el-Fnaa. E, quindi, come districarsi in questo labirinto? E’ necessario avere dei punti di riferimento: un negozio e le sue merci, il volto di un venditore ambulante o di un ragazzino fermi nei pressi degli incroci. Il secondo impatto è più sconvolgente del primo: lo sfrecciare di motorini a velocità folle che rischiano di travolgere, frequentemente, gli sventurati passanti. Ci sono poi i carretti trainati dai muli o dai venditori di qualsiasi genere alimentare, le biciclette.… insomma vi sembrerà di essere entrati in un incubo ma, fidatevi, non è così. Dovrete avere un approccio paziente senza alcun timore: perdetevi tra i vicoli e lasciatevi trasportare nella vostra visita dai colori, dagli odori, dai suoni e dai rumori, mantenendo la destra e stando attenti agli incroci.

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Vicoli nella Medina

E’ proprio qui che si aggirava nel 1954 lo scrittore, di origine bulgara, Elias Canetti che, durante una pausa dalla sua professione, soggiornò per un lungo periodo in questa città. La magia di questo luogo gli diede lo spunto per scrivere il suo libro “Le voci di Marrakech”, nel quale raccontò la vita della Medina, riservando un capitolo alla descrizione dei suk: “C’è aroma nei suk, e freschezza, e varietà di colori” (p.21).

Si trovano all’interno della Medina, a nord di Piazza Djemaa el-Fnaa e si estendono fino alla Moschea e alla Medersa di Ben Youssef. Vi si contano migliaia di artigiani marocchini (le cifre oscillano dai 10.000 ai 45.000 mila) organizzati in 40 corporazioni, con propri regolamenti e dirette da un responsabile chiamato Amin. Ogni attività artigianale o merceologica ha la propria strada: c’è il souq delle babbucce, quello del cuoio, dell’ottone, dei gioiellieri, dei tintori, dei fabbri, ecc…. I suk sono coperti da tettoie e “alcuni (…) stanno sotto grandi volte spaziose” (p.21). Taluni non hanno una vera e propria entrata, mentre in altri vi si accede attraverso portoni di legno chiusi di notte (per esempio in quello dei gioiellieri).

Le botteghe, di varie forme e dimensioni, si susseguono a decine su entrambi i lati dei vicoli e si trovano attaccate le une alle altre, senza soluzione di continuità. Non hanno insegne recanti il nome dell’attività o del proprietario e sono totalmente aperte, non avendo porte di accesso. Ve ne sono alcune adibite alla sola vendita dei prodotti finiti mentre in altre, oltre a quest’ultima, vi si svolge l’intero ciclo manifatturiero. “Non esistono nomi, né insegne e neppure vetrine. (…) Tutti gli stanzini e le botteghe – venti o trenta o anche più- (…) sono vicinissimi uno all’altro. (…) Accanto alle botteghe dove si vende soltanto, ce ne sono molte altre davanti alle quali si può osservare come gli oggetti sono fabbricati. (…) Il passante che cammina all’esterno non trova niente che lo separi dalla merce, né porte né vetrine.” (pp.21, 23-24).

Sono straripanti di merce a tal punto che la stessa, non trovando posto al loro interno, è esibita nello spazio antistante dentro ceste, sospesa ad aste sporgenti o posta direttamente a terra. Accade così che il vicolo si restringa a tal punto da non poterci passare più di una persona alla volta. Nella maggior parte dei casi la merce non si distingue da un commerciante all’altro e sarà, quindi, arduo capire presso quale bottega fermarsi. Ho costatato io stessa, inoltre, che nel suk centrale a ridosso della Piazza Djemaa el-Fnaa sono in vendita oggetti provenienti dall’India o dalla Cina che, quindi, nulla hanno a che fare con prodotti artigianali marocchini. “Tutto ciò che si vende è in esposizione. (…) Si trova di tutto, ma sempre in un gran numero di esemplari. (…) Non tutti sono belli, sempre di più si intrufola tra loro robaccia di dubbia provenienza, fatta a macchina ed importata dalle regioni del Nord.” (pp.21, 23).

Nel Suk Sebbaghine (dei tintori) le matasse colorate di lana, seta e cotone, appese ad asciugare, su lunghe aste, fuori dalle piccole botteghe, offrono uno spettacolo variopinto: si passa dal rosso al verde, dal blu al giallo in una moltitudine di colori e variazioni cromatiche. Oggi si usano coloranti sintetici ma il procedimento è quello tradizionale, in grandi e caratteristiche marmitte nere si fa bollire il pigmento nel quale saranno immersi i filati da colorare. Vi accompagnerà un odore sgradevole dovuto all’uso di prodotti chimici e alle scarse condizioni igieniche. Ecco per quale motivo non sono totalmente d’accordo con ciò che scrive Elias Canetti: “L’odore, che è sempre piacevole, cambia a poco a poco secondo la natura delle merci.” (p.21). Nel Suk Cherratine (del cuoio) troverete gli artigiani intenti a tagliare, cucire e colorare, dando forma alle loro creazioni, avvolti dall’odore del cuoio. Le loro mani sono macchiate dal pigmento che impregna le spugne usate per colorare i manufatti. Le babbucce, coloratissime e decorate, le potrete provare e comprare nel Suk Smata. Vi è poi il mercato dell’ottone (Suk Attarine), prima di arrivare a quello del ferro battuto, vero e proprio girone dantesco (Suk Haddadine). Il rumore si sente ancora prima di arrivarvi e quando vi si entra, sembra di esser tornati nel medioevo: uomini e ragazzi seduti per terra, senza guanti e a volte scalzi, colpiscono con martelli il metallo da plasmare posto sull’incudine.

Se vorrete comprare un qualsiasi oggetto, non vi potrete sottrarre al rito faticoso ed estenuante della contrattazione. Il venditore conosce il valore dell’oggetto ma vuole capire, attraverso la vostra offerta, qual è il grado del vostro interesse. La trattativa si svolge, se sarete fortunati, davanti ad un buon thè alla menta. “Non si sa mai quanto costeranno gli oggetti, né essi hanno infilzati i cartellini dei prezzi, né i prezzi sono fissi. (…) Nei suk invece il prezzo che viene detto per primo è un enigma inafferrabile.” (pp.21, 25).

Se vi piacciono i viaggi nel tempo, non potrete fare a meno di questa esperienza. Qui è tutto, talmente genuino e fuori dal tempo, che riuscirete, facilmente, a scansare le preoccupazioni quotidiane.

Album con foto 1, 2, 3.

L’avventura continua….seguici su Viaggiare è, per sua forma, esistere.

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Suk Cherratine

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Suk Sebbaghine

Suq Smata

Suk Smata

Suq Attarine

Suk Attarine

Suq Haddadine

Suk Haddadine

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