Lasciate ogni speranza o voi che entrate

«Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. / Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ‘l primo amore. / Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate» / Queste parole di colore oscuro vid’io scritte al sommo d’una porta……

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto III, vv.1-11).

Questa è la storia di un luogo infernale dimenticato da Dio a tal punto che, intorno ad esso, sarebbero nate delle leggende secondo le quali si troverebbero dei diavoli, qui relegati, per la loro malvagità.

Arrivai a Marrakech la “rossa” una domenica pomeriggio di aprile, provenendo con il treno da Casablanca. Appena scesa fui avvolta da un caldo soffocante e secco, con una temperatura che si aggirava intorno ai 35°, che mi diede il benvenuto. Mi diressi nell’area dei taxi e ne presi uno che mi portò al mio riad, prenotato già qualche mese prima. Era tanta la voglia di conoscere questa città e, quindi, non persi tempo per riposarmi ma volli subito uscire. Bisognava capire il percorso da fare nei seguenti tre giorni, per tornare a quella che sarebbe stata la “mia casa”. Attraverso i rumorosi e animati vicoli di questa labirintica Medina, dove poche strade hanno un nome, tante ne hanno due e raramente ci sono indicazioni turistiche, era necessario avere dei punti di riferimento. Poteva essere un negozio piuttosto che i volti che stazionavano sempre agli angoli dei medesimi incroci. Decisi che quel pomeriggio sarei andata alle concerie (tanneries), riservando la visita dei monumenti principali e dei souqs ai giorni seguenti. Tradizionalmente è Fes la città marocchina delle concerie, ma anche qui a Marrakech vi sono due grandi strutture che ne ospitano una araba e una berbera, con contigui venditori di prodotti finiti. Si trovano ai margini della Medina e l’acqua per le lavorazioni proviene dal torrente Oued Issil, che scorre fuori la porta Bab Debbagh. I procedimenti della tratta delle pelli sono i medesimi in entrambe le concerie, ma vi sono alcune differenze: quella araba lavora a pieno regime e tratta principalmente pelli bovine; quella berbera, invece, lavora a settimane alterne pelli di capra, montone e dromedario. I berberi, infatti, ritornano periodicamente sui monti dell’Atlante, loro terra d’origine e luogo di pascolo delle greggi.

_DSC0230-copiaNei pressi della Medersa Ben Youssef chiesi ad alcuni ragazzi, fermi di fronte ad un negozio, indicazioni. Uno di loro si offrì di accompagnarmi (5.00 euro). Il ragazzo andava spedito e fin dai primi metri il panorama intorno a me cambiava. Attraverso vicoli alquanto animati e negozi di souvenir si passò, velocemente, ad una strada molto larga, probabilmente Avenue Bab el Debbagh, priva di negozi, desolata, sporca e complessivamente molto squallida quasi a preannunciare quello che di lì a poco avrei visto. All’ingresso della conceria il ragazzo, che mi aveva accompagnato fin lì, si dileguò dopo avermi lasciato ad un uomo che mi avrebbe guidato attraverso le vasche raccontandomi i procedimenti a cui sono sottoposte le pelli (100 dirham). Quest’ultimo mi porse, innanzitutto, un mazzo di menta fresca per sopportare l’odore nauseabondo dovuto alla decomposizione degli scarti animali e ai reagenti che si utilizzano durante la lavorazione. Appena entrata capii che sarebbe stata un’esperienza sconvolgente, che avrei ricordato per il resto della mia vita. Mi resi conto, inoltre, che non era stata un’idea brillante mettermi i sandali, a causa dei residui delle lavorazioni che, in parte, erano tracimati. La guida mi accompagnò attraverso un percorso tra le vasche, costruite in muratura (rotonde e rettangolari, alcune piastrellate) e poste in un ampio spazio tra alcuni edifici che fanno da perimetro. I miasmi ed il tanfo che si sprigionava non erano per nulla attenuati dal mazzo di menta fresca consegnatomi in precedenza e conferivano al luogo un ambientazione da girone dantesco. A stento riuscivo a seguire il discorso della guida, ma la voglia di documentare quello che vedevo era comunque tanta che, quando mi accompagnò in un punto alto per fare le foto, abbassai il mazzo di menta e cominciai a scattare.

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Le pelli sono staccate dal grasso e dalla pelliccia dell’animale con speciali lame e pulite immergendole in vasche contenenti calce. Subito dopo si passa all’immersione in quelle colme di escrementi di piccione. Questi, infatti, contengono acido ossalico (ammoniaca naturale) utilizzato come sbiancante. A questo punto le pelli sono levigate e ammorbidite con una pietra, per poi passare all’essiccatura al sole. Infine, sono tinte. I coloranti utilizzati sono esclusivamente naturali: per ottenere il colore marrone si immergono in una soluzione di acqua e corteccia di banano, per l’azzurro si usa l’indaco, il rosso si ottiene dal papavero e il giallo dallo zafferano. La procedura, fatta tutta a mano, dura circa quaranta giorni.

_DSC0227-copiaOltre il fetore la cosa sconvolgente sono le estreme e precarie condizioni di lavoro dei tanneurs (conciatori) che vi operano. Non hanno protezioni come guanti, stivali, o mascherine e, per questo, sono soggetti a malattie croniche dovute all’uso di prodotti chimici. Non hanno alcun tipo di copertura medica, niente pensione o indennità in caso di malattia. Lavorano 10-12 ore al giorno, con temperature che d’estate superano i 40° e una paga giornaliera inferiore ai 10 euro.

Non conosco i loro sogni o le loro aspettative, se sono più disperati o rassegnati, ma la loro condizione di vita è così sconvolgente, come tante altre realtà in Africa, che è assurdo stupirsi ancora che vogliano scappare dal loro paese.

Album con foto.

L’avventura continua….seguici su Viaggiare è, per sua forma, esistere.

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